Trattori e Macchine Agricole Usate ... Portale Italiano di Annunci Gratuiti online dal 2005 .. Sito con Occasioni, News ed Articoli Agricoltura e Forum.
Annunci Macchinari Agricoli
Trattori Usati, Macchine Agricole
Facebook Twitter News in tempo reale - RSS Meteo e Previsioni Invia Pagina via Email Aggiungi TrattoriUsati.com ai Preferiti Stampa Pagina TrattoriUsati.com
Annunci Agricoltura, Trattori, Macchine Agricole
trattore macchine agricole
Trattori USATI per TIPOLOGIA:
spaziatore
Trattori Cingolati (424) Trattori d'Epoca (196) Trattori Forestali (28) Trattori Frutteto (178) Trattori Isodiametrici (8) Trattori Ricambi (81) Trattori Scavallanti (1) Trattori Unimog (10) Trattori Vigneto (76)
spaziatore
> Tutti i Trattori USATI
spaziatore
> Macchine Agricole
spaziatore
> Cerca per Regione
spaziatore
Trattori AGRICOLI per MARCA:
spaziatore
Trattori - qualsiasi marca - (569) Trattori Aebi (8) Trattori Agria (1) Trattori Agrifull (60) Trattori ARBOS (11) Trattori BCS (15) Trattori Belarus (33) Trattori Bertolini (9) Trattori Bonetti (3) Trattori Bruni (2) Trattori Carraro (125) Trattori Carraro A. (198) Trattori Case (106) Trattori Claas (40) Trattori david brown (13) Trattori De Pietri (1) Trattori DEUTZ (19) Trattori Deutz Fahr (22) Trattori Ebro (1) Trattori Eicher (2) Trattori Fahr (7) Trattori Fendt (101) Trattori Ferrari (103) Trattori Fiat (1349) Trattori Ford (113) Trattori Fordson (27) Trattori Fordson Major (1) Trattori Gallignani (17) Trattori Goldoni (237) Trattori Guldner (2) Trattori HANOMAG (12) Trattori HEESTON (5) Trattori Holder (1) Trattori Hurlimann (22) Trattori International (33) Trattori Iseki (12) Trattori Itma (32) Trattori JCB (2) Trattori John Deere (192) Trattori Kubota (116) Trattori Lamborghini (287) Trattori Landini (461) Trattori Lombardini (46) Trattori MAN (5) Trattori Massey Fergusson (153) Trattori Massey Harris (2) Trattori McCormicK (28) Trattori Mercedes (4) Trattori New Holland (315) Trattori Nibbi (32) Trattori Nuffield (11) Trattori oliver (3) Trattori OM (94) Trattori OTO (15) Trattori Pasquali (178) Trattori PGS (9) Trattori Pierre (6) Trattori Renault (22) Trattori Same (588) Trattori SARTRAC (17) Trattori SCHLUTER (6) Trattori Schluter (5) Trattori Steyer (35) Trattori Toselli (12) Trattori Universal (1) Trattori Ursus (8) Trattori Valpadana (97) Trattori Valtra (3) Trattori Volvo (3) Trattori Welger (14) Trattori Yanmar (12) Trattori Zetor (20)
 
 
spaziatore
spaziatore

News da PRESSEUROPE.eu




News dall'Europa. Politica, Società, Alimentazione, Economia e Cultura: http://www.presseurop.eu
 

  • Romania | La nuova frontiera agricola (Le Monde, Parigi)
    24-05-2012

    Nel 2009 Maxime Laurent, a 19 anni, è uscito dall’istituto agrario di  Nermont Châteaudun (Eure-et-Loir) con il diploma di maturità in tasca. Un mese dopo caricava gli ultimi camion di attrezzi agricoli in partenza per  la Romania, con destinazione Macesus de Sus, un paesino nel sudovest del paese.

    Il caso di Maxime Laurent non è un’eccezione: la Romania ha circa 15 milioni di ettari di terreni coltivabili e sta diventando il nuovo eldorado degli agricoltori europei. Migliaia di francesi, italiani, spagnoli, britannici, tedeschi, danesi fanno i bagagli e si affrettano verso questo paese entrato nell’Unione europea nel 2007.

    Maxime, che dalla più tenera età sognava di diventare agricoltore, non poteva immaginare niente di meglio. “Qui a 19 anni mi sono ritrovato a capo di un’azienda agricola di oltre 1.400 ettari. In Francia per riuscire a fare quello che qui in Romania ho fatto in tre anni ci sarebbero volute due o tre generazioni”.

    A Macesus de Sus Maxime coltiva grano, orzo, girasoli e colza. E pensa in grande. Conta di poter beneficiare molto presto dei fondi che la Commissione europea riserva a chi aiuta la Romania a rimettersi in sesto. Il suo progetto dovrebbe permettergli di portare fino a settemila tonnellate le capacità di immagazzinamento e di irrigare 500 ettari di terreno in più.  Malgrado le difficoltà non ha rimpianti. “I primi mesi ero un po’ sopraffatto. Se fossi rimasto in Francia che cosa starei facendo oggi? Avrei terminato i miei studi e avrei trovato un posto di lavoro a 1.200 euro al mese. Con quelli ci paghi l’affitto, mangi, ti vesti ma alla fine del mese in tasca non ti resta più niente. Quella non è vita”.

    È impossibile ormai attraversare la Romania senza imbattersi in questi coltivatori arrivati dall’ovest per reinventare l’agricoltura del paese. Grazie alle loro competenze e ai loro investimenti, l’economia romena nel 2011 è cresciuta dell’11 per cento. E questo è soltanto l’inizio. Non si vedono più terreni incolti, in campagna non si avverte più una sensazione di abbandono.

    I romeni oggi vendono le loro terre coltivabili per duemila euro l’ettaro in media, prezzo che non ha eguali in tutta l’Ue. I sussidi europei invece arrivano a 180 euro per ettaro, la metà della cifra che si può spuntare nell’Europa dell’ovest, ma a partire dal 2014 la nuova politica agricola comune (Pac) dovrebbe equilibrare i livelli dei sussidi in  Europa dell’ est e dell’ovest.

    Per acquistare terreni in Romania un agricoltore occidentale deve necessariamente aprire una società nel paese, ma a partire dal 2014 chiunque risiederà nell’Ue potrà procedere all’acquisto diretto dei terreni, e questo spiega perché gli agricoltori si stiano tanto affrettando a comperare, prima che la speculazione faccia decollare i prezzi.

    Chi ha più fretta di altri sono gli svizzeri, che devono pagare svariate decine di migliaia di euro per un ettaro di suolo elvetico. Gli Hani, originari del cantone di Lucerna, si sono trasferiti a Firiteaz, piccolo villaggio situato nell’ovest del paese, da una decina d’anni con tutta la loro famiglia:  padre, madre, due bambini, due nipoti. E hanno acquistato terreni per  800 ettari.

    “In Europa occidentale non c’è più posto per noi giovani”, dice Christian Hani, 29 anni. “Qui, invece possiamo costruire qualcosa anche dal niente. Credo che per noi giovani creare qualcosa di nuovo sia molto importante”.

    Futuro bio

    Nell’Europa dell’ovest il mercato dei prodotti biologici è in pieno boom e gli Hani riescono a vendere tutti i loro prodotti: per coltivarli seguendo i principi dell’agricoltura bio hanno fatto arrivare dalla Svizzera tutti i macchinari e le attrezzature necessarie.

    “I cereali che adesso coltiviamo qui prima arrivavano dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Cina”, spiega Lukas Kelterborn, un tedesco specializzato in marketing che collabora con la famiglia Hani e si occupa della vendita dei loro raccolti. “È normale  cercare di produrre bio in Europa. In Romania le prospettive sono straordinarie: dobbiamo sempre tenere a mente che questo paese è stato il granaio d’Europa tra le due guerre mondiali. E tornerà a esserlo”.

    A Macesus de Sus anche Maxime crede nelle rosee prospettive del biologico. Con la sua compagna romena costruirà una casa sulle sue terre. Già ne possiede una in paese e un appartamento nella vicina città di Craiova. “In Romania conduco una vita più facile, e scopro tradizioni che in Francia ormai sono scomparse. Non avevo mai macellato un maiale o una pecora in vita mia, mentre qui i romeni lo fanno sempre in campagna. In Francia nessuno ha più rapporti con gli altri. Sono veramente molto felice di essere qui”.

    (Article)
  • Ambiente | L'Ue è troppo morbida sui pesticidi
    24-05-2012 Le procedure europee di omologazione dei pesticidi non sono abbastanza rigorose: è la conclusione di un rapporto pubblicato il 3 aprile da due ong, riferisce […] (News in brief)
  • Ue-Marocco | L'accordo sulle importazioni agricole danneggia la Spagna
    24-05-2012 "L'agricoltura [spagnola] indignata per l'accordo tra Ue e Marocco", scrive El País. L'accordo di libero scambio approvato il 16 febbraio dal Parlamento europeo permetterà di […] (News in brief)
  • Pesca | Il Sahara affonda l'accordo Ue-Marocco
    24-05-2012 "Il Parlamento europeo pone il veto sull'accordo per la pesca con il Marocco a causa del Sahara", titola El País. Il 14 dicembre gli eurodeputati […] (News in brief)
  • Agricoltura | La nuova Pac sfida i grandi proprietari
    24-05-2012 Il 12 ottobre il commissario europeo all'agricoltura Dacian Cioloş ha presentato a Bruxelles la riforma della Politica agricola comune (Pac). Secondo Adevărul "la Romania, come […] (News in brief)
  • Ambiente | Il biogas brucia le campagne (La Repubblica, Roma)
    24-05-2012

    Agricoltura industriale. Riflettiamo sull' ossimoro. In suo nome, l' uomo ha pensato di poter produrre il cibo senza contadini, finendo con l' estrometterli dalle campagne. Oggi siamo addirittura arrivati all' idea che possano esserci campi coltivati senza produrre alimenti: agricoltura senza cibo. Agricoltura che, se si basa soltanto sul profitto e sulle speculazioni, riesce a rendere cattivo tutto ciò che può essere buono: il cibo, i terreni fertili (che sono sempre meno), ma anche l' energia pulita e rinnovabile. Come il fotovoltaico, come il biogas.

    Si è già parlato di come l' energia fotovoltaica possa diventare una macchina mangia-terreni e mangia-cibo. Se i pannelli fotovoltaici sono posati direttamente a terra e per grandi estensioni essi tolgono spazi alla produzione alimentaree desertificano i suoli fino a renderli inservibili. Allora bisogna dirlo chiaro: sì al fotovoltaico, ma sui tetti, nelle cave dismesse, lungo le strade. No a quello sul terreno libero.

    Adesso poi è il momento delle centrali a biogas che sfruttano le biomasse, valea dire liquami zootecnici, sfalci e altri vegetali. Questi materiali si mettono in un digestore, qui si genera gas che serve a produrre energia elettrica e ciò che avanza – il "digestato" adeguatamente trattato poi può essere utilizzato come ammendante per i terreni.

    Questi impianti sarebbero ideali per smaltire liquami (problema annoso di chi fa allevamento) e altri rifiuti biologici, integrando il reddito con una produzione di energia che può essere utilizzata in azienda o venduta. Se sono piccoli o ben calibrati rispetto al sistema chiuso dell' azienda agricola funzionano e sono una benedizione – esattamente come può fare il fotovoltaico sul tetto di un capannone o di una stalla. Ma se c' è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che fiutano affari e a cui non importa che l' agricoltura produca cibo e che lo faccia bene, allora il biogas può diventare una maledizione.

    Sta già succedendo in molte zone della Pianura Padana, soprattutto laddove ci sono forti concentrazioni di allevamenti intensivi. È una cosa che stanno denunciando alcune associazioni ambientaliste a livello localee per esempio da Slow Food Cremona mi segnalano che nella loro provincia ormai la situazione è sfuggita al controllo. Tant' è vero che hanno chiesto alla Provincia una moratoria sull' installazione e autorizzazione di nuove centrali a biogas.

    Che succede? Molti agricoltori, stremati dalla crisi generalizzata del settore, si trasformano in produttori di energia, smettendo di fare cibo. In pratica, si limitano a coltivare mais in maniera intensiva per farlo "digerire" dagli impianti a biogas. C' è anche chi lo fa solo in parte, ma sta di fatto che tutto quel mais non sarà mangiato dagli animali e quindi indirettamente neanche dagli umani. Gli investitori li aiutano, a volte li sfruttano. Esistono soccide in cui gli agricoltori sono pagati da chi ha costruito l' impianto per coltivare mais: sono diventati degli operai del settore energia, altro che contadini.

    Tutto è cominciato nel 2008 con la finanziaria che prevedeva un nuovo certificato verde "agricolo" per la produzione di energia elettrica con impianti di biogas alimentati da biomasse. Impianti "piccoli", di potenza elettrica non superiore a 1 Megawatt. Ma 1 Mw è tanto: ciò ha incentivato il business, perché a chi produce viene riconosciuta una tariffa di 28 cent/kWh, circa tre volte quanto si paga per l' energia prodotta "normalmente".

    Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandie costosi (anche4 milioni di Euro), che possono essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c' erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130.E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti.

    Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest' energia "pulita", ma l' emergenza è di altro tipo: così si minacciano l' ambiente e l' agricoltura stessa. Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate. Senza rotazioni sui terreni si compromette la loro fertilità e si favorisce la diffusione di parassiti come la diabrotica, da eliminare con un' ulteriore aggiunta di antiparassitari. Se il mais non è per uso alimentare, poi, sarà più facile mettere due dosi di tutto invece di una, senza farsi tanti scrupoli.

    Terzo: chi produce energia coltivando mais può permettersi di pagare affitti dei terreni molto più alti, anche fino a 1500 euro per ettaro, il che crea una concorrenza sleale nei confronti di chi invece ne ha bisogno per l' allevamento. È lo stesso fenomeno che si è creato con i parchi fotovoltaici, dunque sta piovendo sul bagnato. A chi alleva servono terreni soprattutto per rientrare nella "direttiva nitrati", che dovrebbe regolare lo smaltimento dei liquami in maniera sostenibile. Chiedete ai contadini e agli allevatori: i terreni non sono mai stati così costosi come oggi, e per un' azienda che già subisce i danni di un mercato drogato da speculazioni e imposizioni di prezzi bassi da parte del sistema distributivo può voler dire soltanto una cosa, la chiusura. Ma andiamo avanti.

    Quarto: gli impianti stessi, quelli da1 Mw, sono grandi strutture e per costruirle si consuma terreno agricolo sacrificandolo per sempre. Quinto: ci sono già le prime voci sulla nascita di un mercato nero di rifiuti biologici, come gli scarti dei macelli, venduti illegalmente per fare biogas. Non andrebbero mai utilizzati come biomasse, perché ciò che avanza dalla "digestione" poi viene sparso per i campi come ammendantee in questi casi oltre a inquinare potrebbe anche diffondere malattie. Il problema è la scala.

    Diciamo chiaramente che in sé il biogas da biomasse non avrebbe nessun difetto. Ma se è realizzato a fini speculativi ed è sovradimensionato, se fa produrre mais al solo scopo di metterlo nell' impianto, se fa alzare i prezzi del terreno, lo consuma e lo inquina, allora bisogna dire no, forte e chiaro. Da questo punto di vista sarà bene che le amministrazioni (comunali per impianti piccoli, provinciali per quelli più grandi) comincino a valutare i fini reali degli impianti prima di concedere autorizzazioni, e sicuramente questi problemi andranno affrontati e debellati con la nuova PAC, la politica agricola comune, che si è iniziata a discutere a Bruxelles.

    Da un punto di vista umano capisco gli agricoltori che hanno intravisto con il biogas un modo per risalire la china di un' agricoltura industriale sempre più in crisi. Ma sono sicuro che ci sono altri modi di fare agricoltura, più puliti, diversificati, che puntano alla vera qualità. Questa agricoltura può essere molto remunerativa e dare futuro ai giovani, mentre è soprattutto quella di stampo industriale che sta collassando. Inoltre, prima o poi gli incentivi finiranno.

    Il biogas con grandi impianti è una pezza sporca che alcuni stanno mettendo alla nostra agricoltura malata, ottenendo l' effetto di darle così il colpo di grazia. Sarà molto difficile tornare indietro: i terreni fertili non si recuperano, le falde s' inquinano, la salubrità sparisce, chi fa buona agricoltura è costretto a smettere a causa di una concorrenza spietata e insostenibile. Agricoltura industriale, che ossimoro.

    (Article)
  • Polonia | Il business delle false biocolture (Polityka, Varsavia)
    24-05-2012

    Prima del 2004, quando lo Stato ancora non sovvenzionava gli agricoltori e loro le coltivazioni biologiche, la Polonia contava solo 3.700 fattorie di questo tipo. I pochi irriducibili che si lanciavano in questa attività, lo facevano soprattutto per ragioni ideologiche, con la convinzione di produrre alimenti più sani. Fare del denaro con l'agricoltura biologica era piuttosto difficile. Oggi, invece, la Polonia conta almeno 21mila aziende biologiche, che si estendono su una superficie di 519mila ettari.

    Un balzo in avanti che dovrebbe allarmare i responsabili della Politica agricola comune (Pac) dell'Ue. In effetti, durante gli ultimi sei anni in cui sono stati concessi dei contributi agli agricoltori polacchi, le dimensioni medie di un'azienda agricola tradizionale non hanno mai superato i 6,8 ettari. Al contrario, la superficie media di un'impresa biologica ha raggiunto una media di 25,2 ettari. Per non parlare poi delle aziende di diverse centinaia o migliaia di ettari nate negli ultimi tempi.

    Dorta Metera, membro del Consiglio di agricoltura biologica e dirigente della società Bioekspert che certifica i prodotti con il marchio Eko, sottolinea che i paesi che sostengono realmente le colture biologiche come la Germania impongono condizioni molto rigide ai produttori, cosa che fa aumentare di molto i costi.

    La situazione è diversa per il ministero dell'agricoltura polacco, che con il suo atteggiamento ha aperto la porta alle frodi. Difatti, dopo il 2004, l'agricoltura biologica ha attratto persone che, prima di andare nei campi, hanno accuratamente studiato le condizioni per ottenere le preziose sovvenzioni europee con l'aiuto di avvocati specializzati. Alcune di queste aziende biologiche sono del resto di proprietà di questi stessi studi legali.

    Noci biologiche a peso d'oro

    La coltivazione di verdure bio, per le quali l'Agenzia per la ristrutturazione e l'ammodernamento dell'agricoltura, fornisce ai coltivatori un fondo di 1.550 złoty (circa 380 euro) per ettaro coltivato, rimane un settore riservato ai veri ecologisti e non agli speculatori. Al contrario, questi ultimi preferiscono investire nelle noci biologiche, particolarmente redditizie in termini di sussidi. E se le sovvenzioni riguardano centinaia o migliaia di ettari, si fa un vero e proprio affare: in questo caso, il contributo può arrivare a 2,8 milioni di złoty (circa 700mila euro).

    Tutti sembrano adattarsi a questo sistema, comprese le agenzie di certificazione biologica, che ammettono di non verificare sul terreno né le coltivazioni né i raccolti, in quanto la legge non le obbliga. "Se l'agenzia di certificazione esprime qualche riserva, l'agricoltore biologico si rivolgerà a un'altra più indulgente", spiega Teresa Ropelewska della società Agro Bio Test. La messa in discussione del carattere biologico di un'azienda da parte di ispettori troppo rigorosi può addirittura portare a un processo. In questo modo, le società di certificazione che preferiscono mantenere i loro clienti mostrano un atteggiamento molto disciplinato e mansueto.

    Inoltre, le più importanti società di controllo vantano numerosi contatti negli ambienti politici e, in caso di irregolarità, il più delle volte si limitano a segnalarle all'Agenzia per la ristrutturazione e l'ammodernamento dell'agricoltura. Questa agenzia, che gestisce l'attribuzione delle sovvenzioni, non è però all'origine della legislazione che incoraggia le frodi. Le cause di questa situazione risalgono al ministero dell'agricoltura, particolarmente indifferente ai suggerimenti dell'agenzia in favore di una revisione delle regole in vigore.

    D'altra parte, dopo che si è scoperto che l'attuale viceministro dell'ambiente polacco aveva una piantagione fittizia di noci ecologiche, è stato chiesto che la legge venisse emendata. Tuttavia, anche se i contributi stanziati per la coltivazione delle noci sono effettivamente diminuiti, i truffatori hanno trovato un'altra soluzione: "Ormai le piantagioni, invase da erbacce, sono riempite da meli piantati in tutta fretta e spesso su suoli acquitrinosi, dove non hanno alcuna possibilità di sopravvivere. Gli aiuti finanziari alla coltivazione di mele sono attualmente superiori a quelli stanziati per le noci. Per quanto riguarda invece la raccolta, tutto è rimasto come prima e nessuno se ne preoccupa", si rammaricano i rappresentanti delle agenzie di certificazione. (Traduzione di Andrea De Ritis)

    (Article)
  • Polonia | La Vistola non è più un eldorado (NRC Handelsblad, Rotterdam)
    24-05-2012

    "Piango ogni giorno". Anna Pakos, una giovane madre, lo dice col sorriso sul volto. Per otto ore al giorno, cinque giorni la settimana, pela cipolle in una fattoria del paesino di Ziębice. Il deposito dove lavora è pieno zeppo di casse di cipolle. "Ma non ci vuole molto tempo", aggiunge Anna con tono rassicurante.

    In un'altra stanza ad attendere Anna ci sono decine di sacchi, ognuno delle dimensioni di un uomo adulto. Ma lei non si lascia scoraggiare. È felice. "Veniamo pagati due euro a cassa. Riesco a pelare quindici cassettine di cipolle al giorno". Anna guadagna molto di più di quanto prevede il salario minimo in Polonia, che si ferma a 350 euro al mese.

    Nella fattoria dell'agricoltore olandese Derreck Bac lavorano altri 40 "pelatori", soprattutto donne. Bac, 28 anni, è uno dei centinaia di coltivatori olandesi che negli ultimi anni hanno deciso di stabilirsi in Polonia, trovando il loro Eldorado. Suo cugino Arnold Bac (30 anni) è arrivato negli anni novanta e anche lui fa ottimi affari. Tuttavia, le prospettive per gli agricoltori stranieri in Polonia oggi sono molto meno radiose di un tempo.

    Una nuova politica per i piccoli agricoltori

    L'agenzia nazionale polacca per l'amministrazione dei terreni agricoli sta infatti portando avanti una politica di dissuasione verso gli agricoltori stranieri. L'agenzia possiede la maggior parte dei terreni, e li concede in affitto. Gli stranieri, infatti, non sono autorizzati a comprare appezzamenti in Polonia, anche se la legge può essere facilmente aggirata, per esempio sposando un emigrato polacco. In ogni caso, se i contratti d'affitto arrivano a scadenza ora non vengono più prolungati di cinque anni come accadeva un tempo, ma soltanto di un anno o due.

    L'agenzia dei terreni approfitta dei contratti scaduti per recuperare una parte degli appezzamenti concessi in affitto, per poi dividerli tra i piccoli agricoltori polacchi, consentendo loro di reggere meglio il confronto con la concorrenza.

    "È una cosa che da parecchio fastidio", si lamenta Arnold. "Dobbiamo dire addio ai nostri guadagni. Ma da un lato lo capisco. Qui in paese le grandi aziende agricole comprano tutto quello su cui riescono a mettere le mani. I polacchi non hanno alcuna possibilità di competere".

    Arnold spiega che l'agenzia dei terreni mantiene da sempre il diritto di requisire il 20 per cento degli appezzamenti concessi in affitto, ma lo fa in maniera sistematica solo da un anno.

    Le ragioni sono di natura politica: il parlamento polacco esaminerà in futuro una proposta di legge che dovrebbe fissare un limite alle dimensioni delle proprietà agricole. I terreni che dovessero superare il limite consentito verrebbero recuperati e messi a disposizione degli agricoltori che posseggono appezzamenti più piccoli.  

    L'iniziativa del parlamento favorirebbe così la creazione di un maggior numero di aziende agricole "medie" (secondo i criteri polacchi), ovvero con terreni compresi tra i 10 e i 50 ettari. La legge non è ancora stata approvata, e si prevedono tempi lunghi. Ma l'agenzia dei terreni agisce già in quest'ottica.  

    Le maggiori aziende agricole rinunciano ai terreni peggiori

    L'obiettivo principale della nuova legge è quello di risanare il settore agricolo. In Polonia ci sono 2,4 milioni di agricoltori, la maggior parte dei quali non coltiva più di uno o due ettari di terreno. Il sistema è estremamente improduttivo: secondo gli specialisti, tra tutte le aziende agricole del paese soltanto 400mila hanno un futuro. In Polonia l'agricoltura rappresenta il 4 per cento del Pil e impiega il 20 per cento della forza lavoro, dunque è evidente che siano necessarie riforme, per le quali Varsavia ha ricevuto tra l'altro importanti sovvenzioni dall'Ue.

    Arnold ha già perso circa duecento dei 1.600 ettari di cui disponeva. Ha cercato di giocare d’anticipo e ha proposto all'agenzia dei terreni di cedere gli appezzamenti meno buoni. Altri agricoltori stranieri, i cui terreni sono tutti di ottima qualità, si trovano ancora più in difficoltà.

    Delle centinaia di agricoltori olandesi arrivati in Polonia negli ultimi vent'anni la maggior parte è già rientrata in patria. La ragione è semplice: anche se in Polonia i terreni non costano pressoché nulla, praticare un'agricoltura intensiva sul modello olandese è molto dispendioso dal punto di vista economico. In Olanda gli agricoltori che utilizzano simili metodi di coltivazione posseggono soltanto pochi ettari, mente in Polonia gli appezzamenti di terreno posso raggiungere i 30-40mila ettari. Una superficie coltivabile così vasta richiede l'impiego di enormi quantità di concimi chimici e pesticidi molto cari.  

    Un ulteriore problema per gli agricoltori stranieri è rappresentato dal fatto che l'agenzia per i terreni deve destreggiarsi tra le diverse forze politiche. L'attuale proposta di riforma del sistema agricolo è sostenuta dal Partito contadino, partner di minoranza della coalizione al potere. La prima forza politica in Polonia, il partito Piattaforma civica del primo ministro Donald Tusk, appoggia invece i grandi agricoltori. A novembre si terranno le elezioni legislative, e dunque i rapporti di forza tra i due partiti potrebbero cambiare. (Traduzione di Andrea Sparacino)  

    (Article)
  • Irlanda | La guerra della torba (The Guardian, Londra)
    24-05-2012

    Giù nella palude, in mezzo a un campo di strisce nere di torba disposte come i blocchi di legno del gioco Jenga, Fitzmaurice con uno sguardo di sfida alza gli occhi in direzione dell’aeroplano che dall’alto ispeziona la sua azienda. Il velivolo sorvola l’intera zona per cogliere in flagrante chiunque stia ancora tagliando, raccogliendo o impilando zolle di torba, attività che l’Ue considera illegale.

    "È  proprio uno spasso che in un paese in recessione e quasi in bancarotta le autorità trovino i soldi necessari a far volare un aereo ovunque per spiare i raccoglitori di torba", sentenzia Fitzmaurice spezzando con le mani un pezzo di combustibile naturale. "Nella stagione della raccolta, oltre agli aerei c’erano anche gli elicotteri, e per impedirci di fare quello che i nostri antenati fanno da decenni alcuni funzionari battevano tutto il territorio a bordo di furgoncini. E tutto questo per cosa? Perché hanno paura che l’Ue multi l’Irlanda per chi continua a utilizzare la torba come combustibile".

    L’Ue ha eletto questa acquitrinosa e spugnosa zona d’Irlanda Area speciale di conservazione, e per proteggere le paludi ha decretato che da ora in avanti è illegale utilizzare la torba come combustibile. Il governo irlandese teme che l’Ue possa applicare multe molto onerose alla repubblica qualora le direttive ambientali redatte 14 anni fa fossero ancora aggirate.

    Ma Fitzmaurice, che ha 43 anni, ha iniziato a tagliare la torba insieme a suo padre quando ne aveva quattro, e non ammette che il suo governo debba attenersi alle normative ambientali di Bruxelles perché l’Irlanda è fortemente indebitata verso l’Ue. "A mandare in bancarotta questo paese non sono stati né i tagliatori di torba né le loro famiglie, ma le banche, gli imprenditori dell’edilizia e i loro amici politici. Se non siamo responsabili noi, perché dovremmo pagare un conto così salato per fare quello che vuole l’Europa?"

    L’An Taisce, la versione irlandese del National Trust, sostiene tuttavia che il governo laburista del Fine Gael debba far rispettare il divieto: gli ambientalisti irlandesi sostengono che le paludi sono un habitat naturale fragile e tra i più sfruttati al mondo. Un portavoce dell’An Taisce afferma che le “paludi hanno un valore per la società se restano incontaminate e non se assicurano proventi economici a breve termine alla minoranza dei tagliatori di torba”. Aggiunge anche che la direttiva avrebbe dovuto essere applicata “da oltre dieci anni”.

    Alternativa al petrolio

    Gli uomini e le donne al lavoro nelle torbiere d’Irlanda hanno un loro paladino a Dublino, il rappresentante alla Camera per Roscommon South Leitrim, Luke "Ming" Flanagan. Con la sua barba caprina e i lunghi capelli incolti assomiglia un po’ al “cattivo” della serie di fantascienza "Buck Rogers". Flanagan, un deputato radicale indipendente del Dáil, è terribilmente serio quando afferma di voler difendere il diritto a utilizzare la torba.

    "Le autorità minacciano queste persone con sanzioni civili e pecuniarie. Ho sentito casi di tagliatori di torba che lavorano anche la terra ai quali è stato detto che l’Ue smetterà di versare loro sussidi se non smetteranno di sfruttare le torbiere. Al momento c’è una sorta di tregua. Ma stiamo vivendo periodi difficili e mi auguro che si arrivi a un compromesso e ci lascino utilizzare una piccola percentuale di torbiere. Stiamo parlando della sopravvivenza di circa diciottomila persone, che dipendono dalle torbiere perché ci lavorano o perché utilizzano la torba come combustibile. Che alternativa c’è? Vogliamo forse importare più carbone dalla Polonia o più petrolio dal Medio Oriente?"

    Nella palude accanto a quella dove lavora Fitzmaurice, Tom Gibney ha eretto una bandiera irlandese sul suo mucchio di zolle di torba. "L’atto di proprietà di questa torbiera risale al 1896, fu rilasciato dal governo britannico ed è appeso in cornice a casa mia. In cima al documento compare la corona del Regno Unito. Ora che si presume che siamo un paese indipendente, non mi darò per vinto di sicuro e non rinuncerò al diritto di utilizzare la torba".

    Non lontano da lì, in una casetta di campagna, l’87enne Ella McKeague si riscalda davanti al camino, dal quale si alza l’acre fumo prodotto dalla torba che riempie tutta la stanza. Accanto alla sua casa c’è una piccola palude di sua proprietà, dalla quale di recente i vicini hanno estratto torba a sufficienza per tenere l’anziana donna al caldo per il resto dell’anno. "Non posso permettermi il gasolio. Noi tutti dipendiamo dalla torba per star caldi tutto l’anno. Dite a quelli di Bruxelles di lasciarci usare la nostra torba in pace, come facciamo da 60 anni", dice afferrando il suo bastone da passeggio e piegandosi in avanti per mettere sul fuoco altri pezzetti del suo scuro combustibile. (traduzione di Anna Bissanti)  

    (Article)
  • Escherichia coli | Solo spiccioli per gli agricoltori danneggiati
    24-05-2012 "La Spagna conta poco in Europa", titola La Razón con un gioco di parole: "importar un pepino" significa anche "importare un cetriolo". Ed è quello che […] (News in brief)
  • Agricoltura | L'Europa in crisi di zucchero
    24-05-2012 "Crisi dello zucchero per l'Unione europea", titola Dziennik Gazeta Prawna. Rispetto allo scorso anno i prezzi dello zucchero sono aumentati del 30-40 per cento. Secondo […] (News in brief)
  • Pac | Tra status quo e rivoluzione
    24-05-2012 La nuova Politica agricola comune "sarà più ecologica, più equa, più efficiente e più efficace", assicura il commissario Dacian Cioloş, che il 18 novembre ha […] (News in brief)
  • Bilancio Ue | Pac: così complessa, così essenziale (Svenska Dagbladet, Stoccolma)
    24-05-2012

    L'immagine stereotipata del piccolo contadino francese lo dipinge con basco in testa e gauloise in bocca. Vive in Bretagna, produce formaggio di capra non pastorizzato e a intervalli regolari manifesta contro le decisioni di Bruxelles, blocca le autostrade e incendia qualche vecchio pneumatico.

    Un'immagine comoda che provoca tutta una serie di commenti superficiali, ma che al tempo stesso favorisce chi approfitta maggiormente della politica agricola europea (Pac), sia nel settore agricolo che nell'"agrobusiness" – e i cui i lobbisti si guardano bene dal bruciare i pneumatici per le strade di Bruxelles.

    La vecchia politica agricola degli anni sessanta sta per essere riformata. La questione è sapere con che cosa sarà sostituita. In Europa nessun argomento interessa più da vicino e più quotidianamente i cittadini della politica agricola comune. La Pac fissa le condizioni della produzione del nostro pane quotidiano, degli alimenti che saranno prodotti e consumati.

    Attraverso i prezzi e le imposte, la Pac ha ripercussioni immediate sul portafoglio del consumatore e del produttore. Inoltre svolge un ruolo fondamentale nella realizzazione delle grandi ambizioni europee in materia di clima, di ambiente e di salute pubblica. Gli orientamenti della Pac rivestono anche un'importanza fondamentale nelle relazioni dell'Ue con il mondo esterno, nei negoziati di libero scambio e nella cooperazione allo sviluppo.

    Tutte le questioni politiche europee sono più o meno legate alla politica agricola comune e a quest'ultima si dovrebbero interessare tutti i responsabili politici – che dovrebbero vedere in essa qualcosa di diverso da un semplice buco nero di spese.

    Ma questa politica, vitale per l'Europa, è concepita e realizzata molto lontano dai cittadini, chiusa in un quadro regolamentare tecnocratico che solo gli esperti del settore conoscono e gravata da una pesante burocrazia. Se i dirigenti politici europei volessero prendere sul serio la loro promessa di avvicinare l'Unione europea ai cittadini, questa sarebbe la volta buona per farlo. È ormai tempo di definire le priorità.

    Per la prima volta tutti i governi dei 27 stati membri dell'Ue prenderanno parte ai negoziati. Del resto il trattato di Lisbona ha fatto del Parlamento europeo un partner determinante nelle grandi questioni europee.

    Poiché la concezione della politica agricola fa parte del nuovo bilancio a lungo termine per il periodo dopo il 2013, si applica la regola delle decisioni prese all'unanimità. Questo significa che ogni paese dispone del diritto di veto. Tutte queste decisioni complesse dovrebbero terminare sotto la presidenza danese dell'Unione nel primo semestre 2012, quando in Francia ci saranno le elezioni presidenziali.

    Riforme limitate

    La proposta della Commissione europea darà probabilmente vita a scenari diversi, ma tutto lascia credere che raccomanderà delle riforme limitate, in un certo senso un aggiornamento dello status quo. Per soddisfare i diversi interessi nazionali, la Commissione dovrà mettere l'accento sull'unicità e sulla molteplicità, mantenere i principi comuni, costruire sistemi su misura per i diversi paesi, e al tempo stesso semplificare la politica agricola. Da un punto di vista pratico è difficile immaginare come potrà riuscire in questa operazione.

    La prudenza della Commissione riflette la sua interpretazione del clima che regna nella maggioranza dei paesi membri dell'Ue. La Svezia, la Gran Bretagna e i Paesi Bassi formano una minoranza che chiede un cambiamento molto più radicale. Resta da vedere come questa minoranza riuscirà a difendere il suo punto di vista.

    È ancora troppo presto per sapere quale sarà la posizione finale del Parlamento europeo. Quest'ultimo conta  fra i suoi membri riformisti molto attivi, ma anche influenti rappresentanti degli interessi tradizionali. Il Parlamento potrebbe avere un ruolo decisivo nel negoziato finale.

    Fra le proposte attese c'è l'aggiustamento del regime attuale di pagamento per azienda agricola in favore dello sviluppo delle zone rurali, delle misure ambientali e altre misure collettive. C'è da attendersi una riduzione dei fondi, in base alla tendenza degli ultimi venti anni. Dal 1988 la Pac è stata riformata progressivamente, con un bilancio sempre più ridotto.

    La questione più scottante rimane l'equità, in particolare tra vecchi e nuovi paesi membri, poiché il sistema di aiuto per ettaro è fondato sui dati storici della vecchia Ue. In questo modo in Grecia l'aiuto per ettaro è cinque volte superiore a quello della Lettonia. È anche una questione di equità sociale in materia di distribuzione dei fondi europei.

    Il flusso di aiuti europei non è diretto verso i piccoli agricoltori della Bretagna. I suoi principali destinatari sono un gruppo relativamente ristretto di proprietari terrieri e grandi imprese. Gli aiuti versati alla Casa reale inglese, per esempio, sono considerati il simbolo dell'iniquità della Pac. (traduzione di Andrea De Ritis)

     

    (Article)
  • Svezia-Danimarca | La guerra del merluzzo
    24-05-2012 "Qui la Svezia combatte la guerra contro i pirati della pesca danesi": in una lunga inchiesta il Göteborgs-Posten accusa i pescherecci danesi di violare il […] (News in brief)
  • Agricoltura | Il caldo innesca la crisi del grano
    24-05-2012 L'ondata di caldo in Europa, le piogge torrenziali e gli incendi in Russia sono le cause del panico sul mercato globale del grano, scrive Gazeta […] (News in brief)
  • Romania | La repubblica delle banane
    24-05-2012 "Romania, paese delle banane", titola România Libera. Nel primo trimestre di quest'anno la Romania, paese ben lontano dai tropici, ha esportato più banane (oltre le […] (News in brief)
  • Austria | Lo speck in via d'estinzione
    24-05-2012 La proposta di direttiva europea sull'igiene degli alimenti mette in pericolo lo speck austriaco fatto in casa, scrive Der Standard. L'imposizione […] (News in brief)
  • Ogm | Patata bollente per Barroso
    24-05-2012 "Che cosa è successo a José Manuel Barroso, finora considerato un fine stratega?", si chiede Le Soir all'indomani della decisione della Commissione europea di autorizzare […] (News in brief)
  • Allevamento | Del maiale non si butta via niente (De Morgen, Bruxelles)
    24-05-2012

    Ancor prima di accorgersi della loro esistenza, i maialini da latte si ritrovano senza testicoli. In ogni caso non avrebbero potuto trarne grande vantaggio, visto che finiscono al macello a sei mesi, mentre potrebbero vivere fino a dodici anni.  A meno che non riescano a farsi strada tra complessi criteri di selezione per essere graziati in qualità di donatori di sperma. Ma per tutti gli altri il verdetto è implacabile. E visto che le disgrazie non arrivano mai da sole e la produzione deve essere svolta in modo economico, l'operazione avviene generalmente senza anestesia. L'allevatore strappa a mani nude i testicoli del maialino appeso a testa in giù, mentre l'animale urla da sfondare i timpani al suo aguzzino. Per questa ragione i castratori portano sempre le cuffie.

    Qualche volta la vittima suscita pietà e ottiene l'anestesia con della CO2 che gli brucia i polmoni. La sterilizzazione può anche essere effettuata con un'iniezione di Improvac nella coscia. Ma è una soluzione è più costosa e non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine di questo cocktail ormonale sulla salute del consumatore.

    Schizzinosi tedeschi

    La ragione del martirio è il fatto che circa l'un per cento della carne del maiale maschio emana un odore sgradevole durante la cottura. Sono soprattutto i tedeschi, grandi carnivori, a non amare la carne con un odore troppo forte. Vorrebbero che i maiali nascessero senza testicoli. Sul mercato tedesco non sono ammessi maiali non castrati. E dato che una grande quantità di suini belgi si trasforma in fettine e salsicce tedesche, i testicoli dei nostri maiali finiscono in un secchio. E un secchio di testicoli, vischiosi e ancora caldi, è una visione desolante, una sofferenza assolutamente inutile.

    La carne di maiale ha un solo scopo: diventare hamburger con cipolla, ketchup e maionese. Abituati come siamo ai chioschi ambulanti, difficilmente potremmo pretendere che la carne non abbia odore. Inoltre, l'odore di verro sparisce completamente quando la carne è cotta. Non c'è nessuna differenza. Non esiste quindi una valida ragione per estirpare i testicoli ai maiali, né economica, né gastronomica, né tanto meno etica.

    Non è necessario essere vegetariani per avere a cuore il benessere degli animali. Ma è difficile comprare qualcosa che non è in vendita. La palla passa dunque alla grande distribuzione. Nei Paesi Bassi, le catene Aldi, Lidl e McDonald's, ebbene sì, perfino McDonald's, hanno smesso di vendere carne di maialino castrato. Albert Herijn, leader del mercato olandese, seguirà il loro esempio a partire dal 2011. In questo modo un milione e mezzo di verri potranno arrivare integri sulle tavole dei consumatori. Gli allevatori sono felici di liberarsi dall'inutile e orribile pratica della castrazione: con una sola misura si garantisce una vita migliore all'allevatore e all'animale. Ci auguriamo che presto il Belgio segua l'esempio.

    (Article)
  • Ogm | Barroso ci riprova (Adevărul, Bucarest)
    24-05-2012

    Dopo l’ufficializzazione della sua nomina a  presidente dalla Commissione europea [il 9 febbraio], José Manuel Barroso si è pronunciato in favore delle coltivazioni transgeniche nell'Unione. Ma la sua intenzione di ottenere l'autorizzazione degli "alimenti mutanti" suscita numerose discussioni sulla stampa e reazioni negative fra i governi.

    Introdotti sul mercato nel 1996 come un "prodotto miracoloso" più resistente alle sostanze nocive, i transgenici hanno raccolto consensi tra i consumatori americani, ma non tra quelli europei. Nonostante le reticenze di questi ultimi  non siano affatto diminuite, Barroso vuole ottenere l'autorizzazione su vasta scala delle coltivazioni di mais e di patate transgeniche. Sotto la pressione degli Stati Uniti e della Germania, sarebbe deciso a chiedere l'autorizzazione di almeno due varietà, il mais Mon810 prodotto dalla statunitense Monsanto e accettato solo dalla Spagna, e la patata Amflora, "sponsorizzata" dalla società tedesca Basf e coltivata sperimentalmente solo in Germania. Ovviamente sono in ballo grandi interessi finanziari: la Basf ha stimato che l'Amflora le frutterebbe tra 30 e 40 milioni di euro all'anno.

     

    Da questo punto di vista la Reuters crede che la sostituzione di Stavros Dimas, ex commissario incaricato dell'ambiente e avversario dichiarato delle coltivazioni transgeniche, con il meno influente Janez Potočnik faciliterà il compito di Barroso. Il nuovo commissario dovrà tuttavia tenere conto delle reticenze dei governi nazionali. L'anno scorso Barroso ha già subito una cocente sconfitta politica, quando 22 stati membri su 27 hanno votato contro la sua richiesta di autorizzare gli ogm. Una riunione di un comitato scientifico europeo, convocato il 10 febbraio per discutere dell'opportunità di approvare il mais transgenico, si è risolta in un fallimento. Anche 13 stati sono favorevoli all'introduzione dei transgenici, 11 rimangono contrar. In ultima analisi la decisione di introdurre o meno gli ogm potrebbe essere lasciata alla discrezione dei vari stati membri.

    La porta di servizio dell'Ue

     

    Nel 2007, al suo ingresso nell’Unione europea, la Romania è stata costretta a rinunciare alle coltivazioni di soia transgenica. I paesi europei non producono (a eccezione della Spagna e della Germania) e non comprano ogm. Questo spiega il conflitto diplomatico latente con gli Stati Uniti, il più grande produttore e consumatore di ogm (il 72 per cento della produzione mondiale). Nel 2004 la Commissione ha imposto una moratoria su alcuni prodotti transgenici, con l'obbligo di etichettarli in modo corretto.

    Gli organismi geneticamente modificati contengono materiale genetico non risalente a un incrocio naturale. Il primo prodotto "mutante" è stato il pomodoro, lanciato sul mercato nel 1994 sotto forma di concentrato. La soia e il mais sono stati introdotti nel 1996, poi sono venuti la patata, la colza, il grano e il riso. Le imprese statunitensi hanno approfittato dell'assenza di legislazione in questo settore e nel 1997 hanno introdotto in Romania una serie di ibridi geneticamente modificati del mais, della soia, della barbabietola e della patata. Per ragioni economiche i romeni hanno accettato questi prodotti senza preoccuparsi dei rischi. Ma mentre i profitti erano distribuiti nell'ambito di un gruppo ristretto di persone, la popolazione ha consumato questi prodotti senza esserne stata informata, e la Romania è stata accusata di fare il gioco degli Stati Uniti e di introdurre gli ogm in Europa dalla porta di servizio.

     

    Il 10 febbraio i bulgari hanno discusso in parlamento sulla possibilità di introdurre legalmente delle coltivazioni transgeniche. Il primo ministro Boiko Borissov ha garantito che "non ci sarebbero stati ogm in Bulgaria", ma ha sottolineato che il suo paese applicherà il diritto comunitario, qualunque esso sia. (adr)

    (Article)
  • Grecia | Gli agricoltori contro l'austerity
    24-05-2012 "Infarto", titola To Ethnos dopo la paralisi imposta dagli agricoltori greci al paese e ai suoi vicini. "Da dieci giorni strade, porti e dogane della […] (News in brief)
  • Romania | Un caro 2010
    24-05-2012 Il 2010 è appena iniziato e diversi prodotti hanno già registrato un rincaro dal 5 al 10 per cento, rivela România liberă, che pubblica la […] (News in brief)
  • Vino | Le guerre del Tokaj (Polityka, Varsavia)
    24-05-2012

    Il re di Francia Luigi XV aveva definito questo vino dolce e gradevole “vinum regum et rex vinorum”, il vino dei re e il re dei vini. Insieme al francese Saint-Émilion (Bordeaux), all'Alto Douro e al Pico portoghese (Porto), i vigneti del Tocaj, nel nord-ovest dell’Ungheria, sono le uniche regioni viticole a figurare nell’elenco del patrimonio dell’Unesco. I nomi dei vini di queste regioni sono protetti e non possono essere né imitati né contraffatti.

     

    La controversia con l’Urss

    Il successo internazionale del Tocaj ebbe inizio nel XVI secolo, quando i mercanti polacchi iniziarono a commercializzarlo su vasta scala. Lo zar di Russia prediligeva molto il węgrzyn (Wegry – Ungheria, in polacco) e se ne era assicurato i rifornimenti comperando una grande vigna sulle rive del Tocaj e affidando il trasporto delle botti a convogli scortati da cosacchi. Dopo la rivoluzione d’ottobre le consegne di Tocaj proseguirono in treno. La nazionalizzazione delle vigne da parte dei comunisti dopo la seconda guerra mondiale e l’interruzione degli approvvigionamenti provocarono una crisi diplomatica, e il governo ungherese dovette restituire a Mosca le sue vigne perché i rifornimenti potessero riprendere. Il Tocaj era in effetti molto apprezzato al Cremlino: Stalin l’amava molto, subito dopo il cinandali georgiano che era il suo preferito e che credeva avesse virtù terapeutiche. Il suo successore Nikita Krusciov arrivò addirittura a ordinare che alcuni vitigni di Tocaj venissero piantati sulle coste basaltiche della Crimea, dove in realtà marcirono immediatamente e il vino prodotto non risultò avere nulla in comune con il Tocaj.  


    I conflitti con la Francia e con l’Italia

    Alla fine del XVI secolo, le truppe  alsaziane avevano saccheggiato i dintorni di Tukaj, razziando e portandosi via circa 4.000 barili del prezioso vino, oltre ai vitigni ripiantati poi in Alsazia. I secoli passarono e il Tokaj d’Alsazia ha iniziato a essere apprezzato un po’ ovunque. A metà degli anni Sessanta, gli ungheresi alla fine decisero di rivolgersi alla Cee e presentare un ricorso ufficiale; dopo una ventina d’anni di negoziati si trovò un compromesso: l’Ungheria recuperò il suo Tocaj, ma dovette in cambio abbandonare l’utilizzo dell’appellativo “Médoc” per il suo vino rosso dolce d’Eger e “Cognac” per il suo brandy Lanchid. Con gli italiani la battaglia è stata molto più dura. I viticoltori del Friuli avevano utilizzato il nome del fiume Tocai per lanciare sul mercato due tipi di vino, il Tocai friulano e il Tocai italiano. Bianco e leggero, questo vino non assomigliava affatto all’originale, ma il nome ha in ogni caso fatto breccia e il Tocai italiano non soltanto è comparso sulle tavole europee, ma ha iniziato anche a raccogliere consensi e premi. Il diverbio ha portato le parti in causa davanti al  Tribunale penale internazionale dell’Aja, che nel 1993 ha concesso all’Ungheria il diritto esclusivo di utilizzare il nome Tocaj.  

    Una battaglia tra vicini

    É stato proprio quando gli ungheresi credevano di aver definitivamente vinto la guerra che è apparso l’avversario più temibile: nel 1993, quando la Slovacchia è diventata uno stato indipendente, ha immediatamente iniziato a produrre il proprio Tocaj. Quattro vigne di Tocaj, che si estendono su 3-4 chilometri di larghezza e 87 chilometri di lunghezza, si trovano infatti in territorio slovacco. I confini della zona di coltura del Tocaj erano stati fissati ai tempi di Maria Teresa, imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Nel 1920, quando si tracciarono i nuovi confini tra Ungheria e Cecoslovacchia, tuttavia non se ne era tenuto conto. Una porzione importante di vitigni del Tocaj era stata pertanto annessa alla Slovacchia, che ha avviato una produzione basata su uve di importazione, una pratica severamente vietata secondo gli ungheresi, che hanno immediatamente rimproverato agli slovacchi di non rispettare le norme e di svalutare il marchio. La controffensiva slovacca non si è fatta attendere: secondo Bratislava, gli ungheresi avrebbero cercato di aumentare la loro superficie coltivabile piantando vigne in pianura, invece che sui pendii, e il loro vino non corrispondeva alle norme previste per la produzione  dell’aszú.

    Nel 2008 le parti hanno raggiunto un accordo preliminare in seno all’Ue, convenendo che il “Tocaj è un tesoro storico, la cui responsabilità ricade congiuntamente sui due paesi, che hanno ogni vantaggio a condividerla”. Gli ungheresi hanno accettato che la superficie delle vigne sul versante slovacco fosse allargata a 565 ettari – garantendo agli slovacchi il 10 per cento della produzione di Tocaj, e agli ungheresi il restante 90 per cento. Nella primavera del 2009 la Slovacchia però ha deciso di esigere un altro allargamento della sua superficie, portandola a 908 ettari e infrangendo l’accordo. Da alcuni elementi è possibile presagire che la questione non si risolverà prima del 2010, quando l’Ue dovrà prendere la decisione conclusiva sull’utilizzazione della denominazione Tocaj. È anche possibile che a quel punto siano create due regioni vinicole diverse. Purché il Tocaj non abbia a soffrirne.

    (Article)
  • Pesca | Il baccalà torna in tavola
    24-05-2012 Dopo 11 anni di moratoria, i portoghesi hanno di nuovo diritto a pescare i merluzzi, elemento principe della loro cucina nazionale, al largo del Canada. […] (News in brief)
  • Allevamento | I Paesi Bassi tremano per la febbre Q
    24-05-2012 Un nuovo flagello è in arrivo: è la febbre Q o coxiellosi, che si prepara a fare strage negli allevamenti dei Paesi Bassi. Tutte le capre […] (News in brief)
  • CO2 | L'Europa inquina a tutto campo (Le Figaro, Parigi)
    24-05-2012

    A due settimane dalla Conferenza di Copenhagen sul clima (Cop15), alla quale prenderanno parte 64 capi di stato, uno studio traccia per la prima volta il bilancio globale dei flussi di anidride carbonica nell’Unione Europea (Nature Geoscience, 23 novembre 2009). Questo bilancio tiene conto non soltanto delle emissioni di gas serra riconducibili ad attività industriali, trasporti ed edifici residenziali, ma anche degli scambi di anidride carbonica tra il suolo, la vegetazione e l’atmosfera dovuti alla fotosintesi e alla respirazione. Questi flussi naturali sono importanti perché le foreste, le praterie e le torbiere sono in grado, proprio come gli oceani, di “sequestrare” (immagazzinare) una parte del CO2 che si accumula nell’atmosfera e che contribuisce al riscaldamento del clima. 

    Mentre nella stragrande maggioranza delle regioni del pianeta questi scambi hanno un saldo negativo di CO2, il bilancio evidenzia che in Europa le emissioni di protossido d’azoto N2O, e di metano CH4 – altri due pericolosi gas serra – prodotti dalle colture e dall’allevamento superano l’assorbimento di CO2 da parte di foreste e praterie. Il protossido d’azoto è prodotto dalla degradazione dei fertilizzanti chimici, mentre il metano è rilasciato nell’atmosfera dal processo digestivo del bestiame e dai loro escrementi. Gli ecosistemi terrestri dell’Ue rilasciano così complessivamente più gas serra di quanti non ne assorbano. Alle emissioni riconducibili ai combustibili fossili aggiungono un 3 per cento di “CO2 equivalente”. Il bilancio è di poco migliore sull’insieme del continente, Turchia, Ucraina e Bielorussia comprese.

    Migliorare il bilancio degli ecosistemi

    In termini di assorbimento di CO2 l’Unione Europea si posiziona quindi in fondo alla classifica mondiale: in tutto il pianeta la metà dei gas serra emessi nell’atmosfera dalle attività umane è assorbita dagli oceani e dagli ecosistemi terrestri. Gli Stati Uniti hanno una performance migliore dell’Ue, perché i loro ecosistemi terrestri assorbono circa il 25 per cento delle emissioni di CO2 di origine antropica (0,4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica sequestrate rispetto a 1,7 miliardi di tonnellate emesse).

    Da questo studio si deve pertanto evincere che le politiche climatiche dell’Ue non devono limitarsi a ridurre le emissioni di CO2 fossile prodotte dall’industria e dai trasporti, ma devono anche migliorare la capacità di assorbimento degli ecosistemi. Da questo punto di vista, l’Europa ha un margine di azione: "Se vogliamo che gli ambienti naturali contribuiscano alla riduzione delle emissioni di gas serra, bisogna imparare a gestire differentemente le emissioni di metano e di protossido d’azoto dell’agricoltura" spiega Detlef Schmulze, dell’Istituto Max Planck di Iéna (Germania), che ha diretto lo studio.

    Agricoltura sotto accusa

    L’agricoltura intensiva, già sotto accusa per il suo impatto sull’ambiente e la salute, è dunque rimessa in discussione per il suo ruolo nel riscaldamento globale, come pure per lo sfruttamento intensivo delle foreste che limita fortemente la loro capacità di assorbimento. Questa ricerca ha mobilitato duemila studiosi per cinque anni, impegnati nell’analisi di una mole considerevole di dati statistici, nella raccolta di vari campioni di terreno e nei rilevamenti atmosferici. Realizzata nell’ambito del programma Carboeurope, è stata finanziata dalla Commissione Europea per un importo di 16,3 milioni di euro, e dai vari paesi dell’Ue per oltre 30 milioni di euro.

    Restano in ogni caso parecchie incertezze (un aumento del 50 per cento della produzione di metano e protossido d’azoto), come fa notare Philippe Ciais, coautore dello studio e responsabile del Laboratoire des sciences du climat. "Sono stati fatti notevoli passi avanti, e l’Ue è l’unica a poter fornire una simile abbondanza di informazioni su questo meccanismo tanto complesso". La costituzione di una fitta rete di stazioni atmosferiche di rilevamento e di postazioni per la misurazione dei flussi permetterà di ridurre le incertezze e di dettagliare con precisione la situazione a livello delle singole regioni europee.

    (Article)
  • PAC | La dolce frode (International Herald Tribune, Paris)
    24-05-2012

    Tutto è  iniziato quando gli agenti della dogana belga hanno esaminato il registro delle spedizioni di decine di gigantesche autocisterne scoprendo che avevano percorso un itinerario alquanto bizzarro, una specie di triangolazione attraverso tutto il continente. Ciascuna delle autocisterne, capace di trasportare 22 tonnellate di zucchero liquido, aveva attraversato infatti otto nazioni, coprendo la bellezza di circa 4.022 chilometri per andare da una raffineria di zucchero belga alla Croazia e ritorno, invece di percorrere la strada più diretta di soli 1.448 chilometri. Lungo l’itinerario le autocisterne stranamente avevano effettuato una breve tappa a Kaliningrad, una squallida e animata cittadina russa sul Mar Baltico.

    Poi, all’improvviso, la triangolazione ha assunto un senso: sui registri aziendali la destinazione per quelle spedizioni risultava essere la Russia, non la Croazia. La fermata in Russia faceva sì che la spedizione di zucchero avesse i requisiti per ottenere i rimborsi per le esportazioni generosamente erogati dal programma di sussidi all’Agricoltura dell’Unione europea (Pac). Nell’arco di tre anni sono state effettuati circa 200 viaggi di questo tipo, che secondo gli inquirenti hanno fruttato più o meno 3 milioni di euro di rimborsi al produttore belga di zucchero Beneo-Orafti. In primavera decine di agenti belgi ed europei hanno fatto irruzione negli uffici dello zuccherificio, congelando la metà dei rimborsi incassati e facendo partire un’indagine che potrebbe costare all’azienda i rimanenti 1,5 milioni di euro, e forse ancor più.  


    Un tesoro incustodito

    Nel sempre più vasto programma di sussidi Ue – che elargisce oltre 50 miliardi di euro l’anno in aiuti all’agricoltura – secondo gli esperti nessun prodotto più dello zucchero è soggetto a frodi, raggiri delle normative e cavilli legali. In un’industria valutata complessivamente 7 miliardi di euro, l’anno scorso l’Unione ha speso 475 milioni di euro in sussidi allo zucchero. Poi ha speso altri 1,3 miliardi di euro in aiuti alla ristrutturazione e per riformare un regime di sussidi così generoso da aver indotto perfino la Finlandia, che ha un clima molto rigido, a iniziare a coltivare zucchero. Con tutti questi soldi in gioco, dicono alcuni analisti del settore, il sistema dei sussidi allo zucchero assomiglia sempre più a una scatola di biscotti in attesa che qualcuno li vada a sgraffignare.

    La divisione antifrodi dell’Ue (Olaf) ha riferito che su 67 milioni di euro di sussidi per lo zucchero erogati dal 2005 al 2008 aleggia qualcosa di più di un semplice sospetto di frode. Negli ultimi anni molti paesi hanno dovuto pagare ammende milionarie in seguito  alle ispezioni negli zuccherifici. Nel 2008 Olaf ha intentato 34 cause di frode per una cifra pari a 4,4 milioni di euro: la punta dell’iceberg, perché la maggior parte delle truffe in questo settore non viene individuata. I critici del sistema dei sussidi europei affermano che esso distorce il mercato, azzera la concorrenza e fa aumentare i prezzi. Tutto ciò  è quanto mai vero per lo zucchero, che in Europa si vende più o meno al doppio del prezzo di mercato mondiale da almeno venti anni a questa parte. I prezzi dello zucchero europeo sono i più alti al mondo, ma gli inquirenti ritengono che vi contribuiscano anche le frodi e gli illeciti, a causa dei milioni persi in introiti non incassati e nel pagamento di sussidi immeritati.  


    Un po’ di tè nel tuo zucchero?

    Le aziende del settore affermano che la loro attività è oggetto di malintesi perché governata da un sistema complesso e bizantino che pare invitare alla confusione. "È difficile per chiunque capire come funzionino davvero le cose", ha detto Dominik Risser, portavoce del Südzucker Group, vero e proprio colosso del settore in Europa con oltre 40 stabilimenti in 10 nazioni, compresi quelli di Beneo-Orafti. Südzucker, che quest’anno ha incassato sussidi per circa 448 milioni di euro, si è rifiutata di commentare le indagini su Beneo-Orafti.

    L’Europa è consapevole del problema dello zucchero e sta pensando di ridurre i sussidi, e di conseguenza le frodi a esso connesse. Forse lo schema più comune utilizzato per aggirare il sistema è quello che consiste nel mescolare l’economico zucchero di canna con quello ottenuto dalla barbabietola europea, col risultato di abbassare i costi di produzione e aumentarne il volume. Le aziende che ricorrono a questa frode spesso dichiarano un paese di origine diverso da quello vero, il che è ovviamente illegale. Oppure si ricorre a strani ibridi – per esempio zucchero mescolato a foglie di tè o cacao – così che gli esportatori possano definirli prodotti lavorati e di conseguenza pagare dazi doganali inferiori.

    (Article)
  • Crisi del latte | Meglio una bistecca oggi (La Repubblica, Roma)
    24-05-2012

    Per gli allevatori padani è arrivato, è proprio il caso di dirlo, il tempo delle vacche magre. Dopo l'illusorio boom del 2008, quando il prezzo del latte aveva sfiorato i 40 centesimi al litro, oggi la vendita del prodotto non basta neanche a coprire i costi di nutrizione delle mucche. E allora, visto che "le vacche, purtroppo, non vanno in cassa integrazione", ai produttori non resta che farle "uscire dalla stalla". Destinazione: il macello. "E´ una disperazione, macellare le bestie prima che sia giunto il loro tempo", sostiene uno degli allevatori intervistati da Jenner Meletti su Repubblica. "Ma oggi è una disperazione anche fare l´allevatore". Una soluzione, oltre alle sovvenzioni che tengono a galla il settore, è puntare sulla qualità per ribattere alla concorrenza proveniente dall'estero, con un'etichetta che certifichi il latte italiano: "Non vogliamo chiudere le frontiere: chiediamo che il consumatore, in latteria o in un supermercato, possa scegliere. Con la guerra dei prezzi saremmo destinati alla sconfitta." L'articolo originale

    (Article)
  • Economia | La crisi del latte divide l'Europa (Le Monde, Parigi)
    24-05-2012

    Liberalizzazione contro regolazione. Dietro la crisi del latte, che ha raggiunto il suo culmine con lo sciopero delle consegne, si nasconde un dilemma difficile da risolvere per i paesi europei. Un vecchio dibattito caro al mondo agricolo, che vorrebbe riabilitare il termine "regolamentazione", in un momento in cui lo si continua a invocare nel campo della finanza. Un dibattito in cui si fa ricorso sempre allo stesso argomento che non riscuote consenso unanime fra gli stati membri ma che è sostenuto dalla Francia: l'alimentazione non è una merce come le altre. L'agricoltura quindi dovrebbe essere un settore a parte.

    Dato che i prezzi sono crollati e in Europa produrre latte diventa difficile, bisogna mettere un freno alla deregolamentazione in corso? Gli allevatori francesi, belgi e tedeschi sostengono un intervento pubblico. Perché secondo loro dietro questa situazione non c'è solo un problema di offerta e di domanda, ma anche una questione di occupazione, di territorio, di sicurezza alimentare, di qualità sanitaria della nostra alimentazione, di sviluppo sostenibile.

    Ma non tutti gli stati membri la pensano così, in un'Europa divisa tra i sostenitori di un'agricoltura familiare, distribuita sull'insieme del territorio come è ancora il caso della Francia, e i difensori delle "fabbriche di latte" alla danese, molto più competitive. Oggi una parte della professione ritiene che la deregolamentazione del settore, avviata in questi ultimi anni con il minore ricorso agli aiuti per lo stoccaggio e per le esportazioni, sia all'origine della volatilità dei prezzi e quindi della crisi attuale. I liberisti invece ritengono che la causa delle difficoltà del settore vada soprattutto ricercata nella recessione e quindi nella riduzione della domanda.

    La preoccupazione degli scioperanti è concentrata sulla scomparse delle quote, strumento faro della regolazione dal 1984. Considerate inefficienti, saranno soppresse progressivamente in virtù di una decisione presa dagli Stati membri su proposta della Commissione entro il 2015: un ritorno indietro per gli allevatori più anziani, un salto nell'ignoto per chi non esercitava questa professione prima della loro instaurazione, per farla finita con la sovrapproduzione.

    I produttori più radicali continuano a reclamare il mantenimento delle quote, che garantivano un reddito stabile. Gli altri chiedono almeno la creazione di una "nuova regolamentazione" per compensare la loro soppressione. Questa è la strada scelta dal ministro francese dell'agricoltura, Bruno Le Maire, che insieme alla sua collega tedesca Ilse Aigner – originaria di un Land molto attaccato alle sue tradizioni rurali, la Baviera – spinge in questa direzione. "Molti stati membri erano favorevoli alla deregolamentazione totale, ma ho l'impressione che la tendenza si stia invertendo", ha dichiarato Le Maire venerdì 18 settembre. Francia e Germania hanno ottenuto l'appoggio di 16 paesi europei e Le Maire sarà lunedì 21 in Polonia per cercare di consolidare l'alleanza.

    Il fronte dei regolatori si scontra con l'opposizione degli inglesi, dei paesi nordici e dell'Italia, che per ora preferisce pagare delle penalità per continuare a produrre al di sopra delle quantità autorizzate. Gli Stati "liberisti" hanno anche il sostegno del commissario all'agricoltura, la danese Marie-Ann Fischer Boel.

    La misura principale presentata dal commissario europeo giovedì 17 settembre per uscire dalla crisi è una sorta di incentivo alla rottamazione per la ristrutturazione del settore. L'idea è quella di permettere il mantenimento dei produttori di latte "che hanno investito e di aiutare quelli che vogliono lasciare il settore", ha detto Marie-Ann Fischer Boel. Una doccia fredda per coloro che speravano in un gesto in direzione della regolamentazione o almeno in una riduzione della quota di produzione per far risalire i prezzi. Ma non questa proposizione che consiste nel cacciare i più deboli e accrescere le dimensioni delle imprese che rimangono. Come avviene ormai da 25 anni a questa parte.

    "Una condanna per i produttori di latte", ha reagito l'Fnpl, il settore lattiero dell'Fnsea, il primo sindacato agricolo francese. Solo in Francia il numero di imprese lattiere è passato da 427mila nel 1987 a 90mila oggi. In Europa tra il 2006 e il 2008 sono scomparse 334mila imprese del settore. Il commissario all'agricoltura non dovrebbe essere confermato a Bruxelles, ma la sua sostituzione non metterà fine alla controversia. Il suo paese rivendica di nuovo il portafoglio agricolo, così come la Romania, con il sostegno della Francia, che fa parte dello schieramento dei regolatori. Con molta probabilità l'ultima parola spetterà a José Manuel Barroso, che ha incentrato la sua campagna di rielezione alla presidenza della Commissione proprio sulla regolamentazione, quanto meno nella finanza.

    (Article)
  • Pac | Com'era verde il mio sussidio (The Daily Telegraph, Londra)
    24-05-2012

    Dietro il piccolo cascinale in pietra nel quale Nicolas Galpin vive con la sua famiglia, si allunga una striscia di quasi 550 acri coltivati a grano, orzo, piselli e barbabietola da zucchero. Osservando le coltivazioni all’estrema periferia di Auvernaux, 317 abitanti, è davvero difficile convincersi che l’azienda agricola si trovi a pochi chilometri a sud di Parigi, a una quindicina di minuti di macchina dall’ultima fermata della metropolitana suburbana. Ma questa è la Francia, il vero centro agricolo d’Europa, il Paese nel quale cascine e fattorie si trovano quasi a ridosso della capitale, e possono esser quanto mai varie come dimensioni, da quelle più piccole in stile Jean de Florette, a quelle dove le operazioni sono automatizzate in nome dell'efficienza assoluta.

    Una simile potenza agricola ha un suo prezzo, naturalmente, sotto forma di sussidi Ue distribuiti tramite la Pac, la Politica agricola comunitaria. Con i suoi 55 miliardi di euro, la Pac rappresenta il 42 per cento del budget dell’Unione, il più vasto programma di aiuti all’agricoltura del mondo. Tutto ciò è enormemente difficile da digerire per molte nazioni meno ricche, nonché per i paesi in via di sviluppo e le agenzie umanitarie che lo ritengono un sistema devastante per il commercio internazionale. L’Ue avrebbe dovuto ridurre i sussidi erogati dalla Pac, ma il presidente francese Nicolas Sarkozy si è battuto perché il budget rimanesse com’era e adesso pare che le autorità dell’Unione stiano per accantonare la promessa revisione a vasto raggio di tutte le spese dell’Ue.

    Alla Francia un quinto dei fondi

    Mentre passa in rassegna i suoi campi, Galpin si ferma a raccogliere una barbabietola da zucchero e dice: "È una buona annata: la concentrazione di zucchero è alta. Con un po’ di fortuna dovremmo ottenere 800 tonnellate di zucchero dai nostri 60 ettari di barbabietole". Al pari della maggioranza dei coltivatori francesi, anche Galpin riceve sussidi diretti dall’Ue, per circa 70mila euro l’anno. L’anno scorso oltre mezzo milione di coltivatori francesi ha incassato sussidi dall’Ue per complessivi 10.39 miliardi di euro, il che equivale a dire che complessivamente hanno ricevuto la bellezza di un quinto del totale del fondo comune dell’Ue. In media, ciascuno di loro ha ricevuto più di 20mila euro, e almeno uno su dieci ha intascato oltre 50mila euro. "Si vive bene" spiega Galpin, "ma non bisogna farsi un’idea sbagliata. La gente crede che guadagniamo un sacco di soldi, perché prende in considerazione il volume d’affari, non quello che mettiamo realmente in tasca alla fine".

    L’anno scorso il giro d’affari della sua azienda agricola è stato di 350mila euro, ma Galpin deve pagare il salario e l’assicurazione di un suo dipendente, come pure l’assicurazione, i pesticidi, i macchinari, e l’affitto dei campi, in quanto ne possiede soltanto una minima parte. Tolte tutte queste spese, gli restano in tasca circa 60mila euro, la metà dei quali va ai suoi genitori che danno ancora una mano col lavoro. Alla fine, insomma, i suoi guadagni corrispondono a un centesimo alla cifra che riceve dal programma Ue. "Ci piacerebbe non ricevere sussidi e vivere interamente di quello che produciamo, ma tenendo conto dell’attuale prezzo del grano non potremmo sopravvivere" spiega Galpin.

    A circa 240 chilometri a sudest, a Vigorny nell’Haute Marne, Thierry Lahaye gestisce insieme a due fratelli un’azienda agricola di ben 2.100 ettari che produce cereali. L’anno scorso hanno ricevuto sussidi dall’Ue per 220mila euro, ma Thierry assicura di aver portato a casa appena duemila euro al mese: "Vogliamo vivere con il solo frutto del nostro lavoro, senza sussidi, ma adesso che i cancelli del libero scambio si sono spalancati senza che nessuno abbia tenuto conto di come avremmo fatto a sopravvivere, per noi sono fondamentali" ha detto.

    Se è facile provare simpatia Galpin e Thierry, lo è  decisamente meno nel caso dei grandi beneficiari francesi. Non si tratta di coltivatori in difficoltà, ma di singoli o società che hanno ben pochi rapporti con l’agricoltura tradizionale: stiamo parlando di multinazionali, come i conglomerati alimentari, i produttori di zucchero, i distillatori di liquori. La loro identità è stata svelata per la prima volta soltanto quest’anno, quando tutti i Ventisette Paesi della Ue sono stati obbligati a rendere noti i nomi dei beneficiari dei sussidi all’agricoltura.

    Beneficiari di lusso

    In Francia tra i 24 massimi beneficiari non si trova nessun coltivatore ordinario: in cima all’elenco c’è il Groupe Doux che si occupa di pollame e ha intascato 62,8 miliardi di euro. L’azienda è la più grossa del settore in Europa e l’anno scorso ha avuto un giro d’affari di 1,7 miliardi di euro, pur non allevando neppure una gallina: il compito di allevare il pollame, infatti, è stato appaltato a migliaia di allevatori a contratto. Ciò nonostante, come altre aziende analoghe sparse in tutta l’Ue, il Groupe Doux ha i requisiti per poter ottenere finanziamenti – grazie alla Pac, concepita originariamente per incentivare la vendita di prodotti dell’Ue all’estero, dove i prezzi sono inferiori a quelli europei – per le esportazioni agricole. Altra beneficiaria è la divisione cognac del gruppo LVMH, l’enorme marchio del lusso di proprietà di Bernard Arnault, che Forbes colloca addirittura al settimo posto nella graduatoria degli uomini più ricchi del mondo, e che possiede una miriade di marchi tra i quali Louis Vuitton, Moët & Chandon e lo champagne Krug.

    Jack Thurston, il cui sito farmsubsidy.org è stato il primo a rendere noto l’elenco dei beneficiari, afferma che lo scopo originario per il quale furono concepiti gli aiuti è ormai completamente snaturato. "Nel trattato e nelle leggi seguenti che hanno permesso di mettere a punto la Pac, questa è definita come una politica di supporto ai redditi. La vera domanda che dobbiamo porci è la seguente: per quale motivo funziona in modo tale che quanto più grandi sono i beneficiari tanto più aiuti ottengono?". Una eventuale riforma potrebbe consistere nell’analisi accurata di tutti i possibili beneficiari, ma l’idea è stata strenuamente avversata da vari Paesi, tra cui Francia e Italia.

    L'Europa orientale vuole più aiuti

    L’Ue ha deciso di smettere di erogare sussidi a chi produce prodotti in quantità – il che ha creato enormi eccedenze negli anni Ottanta – e a chi possiede enormi appezzamenti di terra. Adesso i sussidi sono erogati anche se non si coltiva nulla, a condizione che i proprietari “mantengano i terreni in buone condizioni agricole o ambientali”. La Francia in futuro riceverà pertanto una percentuale inferiore del fondo comune complessivo della Pac, e i Paesi dell’Europa dell’Est ne avranno di più. In ogni caso, è pressoché impossibile che il sistema possa essere riformato davvero, a causa degli enormi interessi in gioco.

    Gli agricoltori francesi non hanno mai esitato a ricorrere alla militanza vera e propria per ottenere quello che volevano e la classe politica in genere ha paura di queste moderne rivolte contadine, temendo che i coltivatori possano rovesciare carichi di letame sulla soglia dei loro uffici governativi o paralizzare le città con i trattori. La maggior parte, inoltre, ha paura di cambiare le modalità con le quali sono erogati i soldi della Pac. "Per cambiare sarebbe necessario togliere soldi a chi si è abituato a riceverne e nel frattempo ha formato lobby molto potenti ed efficienti nel difendere i propri interessi e quello che ricevevano in passato" spiega Thurston. Prima di allontanarsi a bordo del suo trattore, Galpin esterna una propria conclusione: "Si può anche protestare, ma è grazie ai sussidi che esistono gli splendidi paesaggi francesi. E non mi pare che nessuno si sia mai lamentato di essi".

    (Article)
  • Politica agricola comune | Non toccate le quote latte
    24-05-2012 "L'Europa è sorda di fronte alle grida di aiuto degli agricoltori", titola La Libre Belgique all'indomani del rifiuto della Commissione europea di ridurre le quote […] (News in brief)
  • Repubblica ceca | Cechi, non vendete i vostri terreni (Respekt, Praga)
    24-05-2012

    Vent'anni fa non ci volle molto al signor Everdingen per decidersi. Nel suo paese d'origine, l'Olanda, aveva una fattoria biologica di allevamento di bestiame. Voleva ingrandirsi. Ma in un paese con una densità demografica così elevata, questo poneva dei problemi. Everdingen vide nella caduta della cortina di ferro un'occasione per realizzare il suo progetto e così decise di andare a vedere la situazione dalla parte degli ex paesi comunisti. Alla fine si insediò in Repubblica Ceca, a Žebráky na Tachovsku, nell'ovest del paese, dove acquistò una fattoria che non interessava a nessuno del posto.

    “Abbiamo trovato condizioni semplicemente ottime per la nostra azienda”, spiega Everdingen, che, dopo aver lavorato vent'anni in Repubblica Ceca, ormai conosce abbastanza bene anche la lingua. La sua fattoria abbellisce il posto e i vicini cechi di “questo agricoltore straniero sul suolo ceco” lo considerano uno di loro.

    Everdingen possiede una parte del terreno che occupa e affitta il resta. “Ma ci sono più certezze se si è proprietari”, afferma. “Acquistando un terreno, uno è più sicuro di poter conservare il suo investimento”. Nel 2011, quando sarà rimosso il divieto temporaneo per i cittadini europei non cechi di acquistare dei terreni in Repubblica Ceca, potrà davvero ottenere questa “certezza del proprietario”. Gli abitanti restano in attesa per quello che questa rivoluzione potrà significare per il loro paesaggio.

    In Europa la possibilità per gli stranieri di acquistare dei terreni non riguarda la Repubblica Ceca. Negli ultimi anni, per esempio, i ricchi britannici si sono appassionati alle fattorie abbandonate in Normandia, nel nord della Francia, acquistandone molte e lanciandosi nel loro sfruttamento. Ma oggi è difficile stimare il grado d'interesse che potranno suscitare i terreni cechi. D'altra parte, non esiste alcun registro ufficiale che censisca gli stranieri che attualmente gestiscono un terreno nel paese, sia in affitto sia come proprietari attraverso un prestanome.

    Inoltre, l'acquisto di un terreno in Repubblica Ceca è spesso molto complicato, a causa della difficoltà, a volte, di identificarne il proprietario. Questo è il risultato dell'eredità del sistema comunista della cooperative agricole, che finora lo stato non sempre è riuscito a liquidare. La confisca massiccia delle proprietà private degli agricoltori, negli anni cinquanta, seguita dalla loro integrazione in cooperative agricole, fa sì che oggi sia estremamente complesso sapere a chi, all'epoca, appartenesse questo o quello appezzamento di terra.

    Il programma di risistemazione delle terre attualmente in corso deve razionalizzare la situazione a livello dei campi. Dovrebbe permettere di facilitare l'acquisto di terreni cechi. Resta il fatto che l'interesse degli stranieri per questi terreni è già molto reale. Non fosse per altro che costano nettamente meno che nel resto d'Europa; per esempio, mentre un ettaro in Olanda vale mediamente 36mila euro, in Repubblica Ceca costa soltanto 2.520 euro. Questa realtà alimenta il timore che una volta rimosso il divieto per gli stranieri di acquistare terreni agricoli in repubblica Ceca, nel 2011, ricchi uomini d'affari arriveranno da ogni angolo d'Europa per acquistare in massa terreni cechi. Ma secondo gli esperti un tale timore non è giustificato.

    “Non ci sono davvero dei rischi; l'interesse sarà sicuramente maggiore, ma non sarà smisurato”, osserva l'analista agricolo Petr Havel. Inoltre, “vendendo qui, gli stranieri portano la loro esperienza. Possono così contribuire a rilanciare l'agricoltura ceca”. Secondo Jaroslav Šebek, dell'Associazione dell'agricoltura privata della Repubblica Ceca, sono olandesi e italiani a mostrare il maggiore interesse. È stato già intavolato un dibattito con alcuni agricoltori stranieri presenti in Repubblica Ceca, sulla possibilità che aderiscano all'associazione. In realtà, fa notare Šebek, “l'unico vero ostacolo oggi è la barriera della lingua. Ma con il tempo, questo non dovrebbe essere più un problema”.

    (Article)
  • Francia | I produttori di rosé vedono nero
    24-05-2012 La direttiva europea che permette di produrre vino rosé mischiando vino bianco e rosso continua a irritare i viticoltori francesi. Le Monde affronta l'argomento con […] (News in brief)
  • Agroalimentare | Denominazione di dubbia origine (La Stampa, Torino)
    24-05-2012

    Per produrre una trentina di bottiglie di "Barolo", basta un "wine kit" – un cubo di cartone contenente cinque buste di polverina – e una ventina di giorni di pazienza. Un'aberrazione alimentare tra le tante ammesse dall'Unione europea e denunciate dalla Coldiretti nel corso di una recente iniziativa a Bruxelles.

     

    La potente associazione di categoria italiana, racconta La Stampa, ha esposto in un albergo della capitale europea diverse di queste aberrazioni per rivelare al pubblico la quantità di prodotti che poco o nulla hanno a che fare con il nome riportato sull'etichetta. Oltre al vino in polvere, si trovano così "vini" fatti con mele, mirtilli e fragole, formaggi senza latte, succhi d'arancia senza arance o polli di dubbia provenienza.

     

    A imporre questi prodotti sono le grandi industrie agroalimentari dei paesi del Nord – Germania, Francia, paesi scandinavi – che hanno una lunga esperienza di lobbismo presso le istituzioni comunitarie e riescono a far prevalere i loro interessi. Ai paesi mediterranei che, come l'Italia, non dispongono di simili risorse né di una cultura politica adeguata, non rimane che sollecitare la vigilanza dei consumatori.

     

    (Article)


Condividi
<< Indietro a: News | Torna a: Home
 


MACCHINE AGRICOLE:
spaziatore
AeroEssicatoi Andanatori Aratri Arboricoltura Assolcatori Atomizzatori Autocaricanti Autocarri Barre Batterie Benne Betoniere Biotrituratori Bivanghe Botti Bracci Bulldozer Cabine Calibratrici Camion Cantieri Caricaballette Caricatori Carrelli Carri Carri Miscelatori Carrobotte Caterpillar Cimatrici Cingolati Cingoli Cippatori Cippatrici Cisterne Coclee Compattatori Compressori Decespugliatori Desilatori Diserbatrici Dissodatore Erpici Esboscatrici Escavatori Essiccatoi Estirpatori Falcia condizionatrice Falciatrici Filtri Forche Forwarder Frangiapietre Frangizolle Frese Furgoni Generatori Girelli Gru Guida Retroversa Imballatrici Impagliatrici Impinanti Irrigazione Ingranaggi Irrigatori Irroratrici Lame Lavori Stradali Leve Libretti Livellatrici Macchine Bietole Macchine Movimento Terra Macchine Pomodori Manuali d'uso Mietitrebbia Mini Escavatore Mini-Dumper Molini Montacarichi Morgano Motoagricole Motocarri Motocoltivatori Motofalciatrice Motopompe Motoranghinatore Motori Motoseghe Mototrincia Motozappe Muletti Mulini Nebulizzatori Orticoltura Pale Perforazione Pinze Pneumatici Polverizzatori Pompe Pressaforaggi Pressatrici Presse Raccoglitori Raccolta Pomodori Ragni Ranghiatori Rasaerba Retroescavatori Retrotreni Rimorchi Rotoballa Rotofalce Rotopresse Rototerra Rulli Ruote Ruspe Sarchiatrici Scarificatrice Scavabietole Scavacipolle Scavafossi Scuotitori Seccatoi Seminatrici Separatori Sfogliatrici Mais Silos Sollevatori Spacca Legna Spandiconcime Spanditori Spannocchiatrici Stralciaerba Tagliaerba Taglialegna Terne Transporter Trebbie Trincia Trinciapaglia Trinciasarmenti Trivelle Tubi Turbi e Turbine Vangatrici Vario Usato Vendemmiatrici Voltafieno Zappatrici Zavorre
spaziatore
spaziatore
Forum Trattori e Macchine Agricole
spaziatore
spaziatore
spaziatore
 
spaziatore
 
adv
 
adv

 
Italiano Inglese Francese TedescoRumeno
 
spaziatore spaziatore spaziatore spaziatore
    Map
spaziatore
spaziatore
spaziatore
Trova Annuncio per Regione: - ESTERO - | -- regione non indicata -- | Abruzzo | Basilicata | Calabria | Campania | Emilia Romagna | Friuli-Venezia Giulia | Lazio | Liguria | Lombardia | Marche | Molise | Piemonte | Puglia | Sardegna | Sicilia | Toscana | Trentino Alto Adige | Umbria | Valle d'Aosta | Veneto |
spaziatore
Realizzato e gestito da BYTE COMPANY - P.IVA: IT01601610932 - R.E.A. PN: 89557 TrattoriUsati.com:
- Chi Siamo | Contatti
- Condizioni | - Privacy
- Informazioni | Stats
- Newsletter
Utilità:
- Aggiungi ai preferiti
- Invia pagina
- Stampa pagina
Altri siti di Annunci Gratuiti del Network: Case-Appartamenti.eu | CamperUsati.eu
Sito Partner: VieffeTrade.com | OggettoUtile.com | db-Design.it | Aerotecnica.org
Sito segnalato da Freeonline.it - La guida alle risorse gratuite
Pagina caricata
in: 1.039 secondi.